Questa è una recensione che scrissi a suo tempo dopo aver visto lo spettacolo "NotteCampana" al Teatro Verdi di Monte San Savino. Visto che ancora Monni è in giro per i teatri aretini, spero di invogliarvi ad andare a vederlo...
Quando si va a teatro a vedere Carlo Monni, portabandiera della cultura toscana come pochi altri, bisogna pensare che ci si può aspettare di tutto. Anche che se la prenda con futuristi, femministe, poeti ermetici, ex-fidanzate, e chi più ne ha più ne metta. Nello spettacolo che porta in giro attualmente nei teatri, dal titolo “NOTTECAMPANA”, Carlo Monni, accompagnato da Orio Odori, da Arlo Bigazzi e Giampiero Bigazzi, rende omaggio ad un altro toscano DOC, a cui la notorietà sta finalmente arrivando per quanto la meritava, per quanto in vita gli venne negata: Dino Campana da Marradi, nei monti sopra Firenze. Nella sua vita, recentemente trasposta (con molta libertà interpretativa, diciamo pure troppa) sul grande schermo da Michele Placido nel film “un viaggio chiamato amore”, Dino Campana era chiamato dai suoi compaesani “il matto”. Leggendo la sua opera più nota, i “Canti Orfici”, scopriamo come uno dei momenti che maggiormente segnarono la sua breve vita fu il viaggio a piedi da Firenze alla Verna. Carlo Monni ne fa un omaggio insieme rispettoso e dissacrante, mischiando i suoi ricordi di gioventù a Campi Bisenzio con quelli di Campana. Rivendicando in modo caotico, quasi arrabbiato, il ruolo di primo piano che spetta a Dino Campana nel pur vasto panorama della poesia italiana. Monni se la prende un po’ con tutti, dicevamo: con Sibilla Aleramo, con Ungaretti, con Papini e Ardengo Soffici, tutti in qualche modo legati al poeta fiorentino e in parte responsabili della prematura dissoluzione del suo talento. Legge i passi più belli di Campana, Carlo Monni, e quando lo fa, lo fa con trasporto invidiabile, con una potenza che è in parte dettata dai versi del poeta e in parte farina del suo sacco, con la Banda Improvvisa a fornirgli un tappeto musicale discreto e suadente.
È un fiume in piena, Carlo Monni. Se la prende persino con Carla Bruni, che accosta in qualche modo a una Sibilla Aleramo dei giorni nostri. Ma soprattutto si accanisce con chi non ha neanche un briciolo di poesia, nel proprio cuore. Con chi si prende troppo sul serio, con chi non ha quella leggerezza che a volte emerge nelle poesie di Campana, come quando, in uno dei suoi versi più famosi, dice “da lontano un ubriaco / canta amore alle persiane”. Carlo Monni è innamorato di Dino Campana, così come Campana lo è del Casentino. In una parte dei Canti Orfici, intitolata “Stia, 20 settembre”, il poeta fiorentino dice:
È un’occasione per riscoprire il talento vero e verace di Carlo Monni, e per alcuni di apprezzare l’ispirazione autentica e appassionata di uno dei più grandi poeti italiani del secolo scorso. E una serata che, con tutta la magia del palcoscenico, può regalare insieme lacrime di commozione e risate sincere, a metà strada tra il teatro, la musica e la poesia.
Dal Blog BORIS VIAN
Quando si va a teatro a vedere Carlo Monni, portabandiera della cultura toscana come pochi altri, bisogna pensare che ci si può aspettare di tutto. Anche che se la prenda con futuristi, femministe, poeti ermetici, ex-fidanzate, e chi più ne ha più ne metta. Nello spettacolo che porta in giro attualmente nei teatri, dal titolo “NOTTECAMPANA”, Carlo Monni, accompagnato da Orio Odori, da Arlo Bigazzi e Giampiero Bigazzi, rende omaggio ad un altro toscano DOC, a cui la notorietà sta finalmente arrivando per quanto la meritava, per quanto in vita gli venne negata: Dino Campana da Marradi, nei monti sopra Firenze. Nella sua vita, recentemente trasposta (con molta libertà interpretativa, diciamo pure troppa) sul grande schermo da Michele Placido nel film “un viaggio chiamato amore”, Dino Campana era chiamato dai suoi compaesani “il matto”. Leggendo la sua opera più nota, i “Canti Orfici”, scopriamo come uno dei momenti che maggiormente segnarono la sua breve vita fu il viaggio a piedi da Firenze alla Verna. Carlo Monni ne fa un omaggio insieme rispettoso e dissacrante, mischiando i suoi ricordi di gioventù a Campi Bisenzio con quelli di Campana. Rivendicando in modo caotico, quasi arrabbiato, il ruolo di primo piano che spetta a Dino Campana nel pur vasto panorama della poesia italiana. Monni se la prende un po’ con tutti, dicevamo: con Sibilla Aleramo, con Ungaretti, con Papini e Ardengo Soffici, tutti in qualche modo legati al poeta fiorentino e in parte responsabili della prematura dissoluzione del suo talento. Legge i passi più belli di Campana, Carlo Monni, e quando lo fa, lo fa con trasporto invidiabile, con una potenza che è in parte dettata dai versi del poeta e in parte farina del suo sacco, con la Banda Improvvisa a fornirgli un tappeto musicale discreto e suadente.
È un fiume in piena, Carlo Monni. Se la prende persino con Carla Bruni, che accosta in qualche modo a una Sibilla Aleramo dei giorni nostri. Ma soprattutto si accanisce con chi non ha neanche un briciolo di poesia, nel proprio cuore. Con chi si prende troppo sul serio, con chi non ha quella leggerezza che a volte emerge nelle poesie di Campana, come quando, in uno dei suoi versi più famosi, dice “da lontano un ubriaco / canta amore alle persiane”. Carlo Monni è innamorato di Dino Campana, così come Campana lo è del Casentino. In una parte dei Canti Orfici, intitolata “Stia, 20 settembre”, il poeta fiorentino dice:
ho riposato nella limpidezza angelica dell’alta montagna addolcita di toni cupi per la pioggia recente, ingemmata nel cielo coi contorni nitidi e luminosi che mi facevano sognare davanti alle colline dei quadri antichi. […] e al fine Stia, bianca elegante tra il verde, melodiosa di castelli sereni: il primo saluto della vita felice del paese nuovo: la poesia toscana ancor viva nella piazza sonante di voci tranquille, vegliata dal castello antico.
È un’occasione per riscoprire il talento vero e verace di Carlo Monni, e per alcuni di apprezzare l’ispirazione autentica e appassionata di uno dei più grandi poeti italiani del secolo scorso. E una serata che, con tutta la magia del palcoscenico, può regalare insieme lacrime di commozione e risate sincere, a metà strada tra il teatro, la musica e la poesia.
Dal Blog BORIS VIAN